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Ogni cosa è illuminata

E’ una calda giornata newyorkese. Amar’e Stoudemire è in una sala gremita di giornalisti. E’ abituato a tutto ciò. Gioca in Nba da quando ha 18 anni e ne ha passato di tempo sotto i riflettori. Nel bene e nel male.

C’è stupore nell’aria. Non per la presenza di STAT, quanto per ciò che sta facendo. Amar’e ha appena firmato un contratto giornaliero per ritirarsi con la maglia dei… Knicks? Il dubbio sorge spontaneo, ma la sorpresa è all’ordine del giorno con un uomo che per combattere gli infortuni faceva il bagno nel vino.

Amar’e decide così di lasciare il basket. Perlomeno quello Nba. Gli ha dato tutto, lo ha amato, lo ha combattuto e con Nash e D’Antoni ha aperto le porte per quel gioco aposizionale tanto cercato e imitato. Ma alla fine gli infortuni e la sfortuna hanno avuto la meglio. Lo aspetta una nuova avventura adesso, dall’altra parte dell’oceano.

Shabbat Shalom, Stoudemire

STAT ha sempre saputo di essere diverso. Lo ha capito presto, quando al suo coach a Lake Wales, in Florida, ha chiesto di trasferirsi, perché sa di avere un dono, una capacità. Ma non vuole rischiare di sprecarlo. Decide quindi di andare alla Muont Zion Academy, nel North Carolina. Letteralmente, “L’accademia Monte Sion”. 19 anni dopo, Amar’e ci è andato a giocare, vicino al monte Sion. Sul leggendario monte della Bibbia sorge infatti il nucleo storico della città di Gerusalemme. E’ qui che Stoudemire ha deciso di proseguire la sua carriera. Tra Lake Wales e Gerusalemme però ci sono 10598 chilometri. Perché andare così lontano?

Roots

Il motivo è semplice. Sua madre ha origini ebraiche. Amar’e ha abbracciato le sue radici qualche tempo addietro. Nel 2010, dopo aver fatto “coming out”, decide di fare un salto in Terra Santa. Insieme al suo preparatore, Idan Ravin, passa  l’off-season lavorando e imparando la lingua ebraica. Il rapporto con lo stato israeliano cresce poi ogni anno sempre di più.

Nel 2013 incontra l’ ex-presidente israeliano Shimon Peres, che gli chiede candidamente di lasciar perdere gli Stati Uniti, e venire a giocare EuroBasket insieme a Casspi e la truppa israeliana. Qualche mese dopo, diventa proprietario dell’Hapoel Gerusalemme.

Basket, kippah e arte

Amar’e decide quindi di scendere in campo per la squadra di cui è proprietario. Firma col l’Hapoel. Numero di maglia, il suo caro #1. Gerusalemme però non è un luogo dimenticato dal dio del basket. Anzi. L’Hapoel ha vinto il campionato appena due anni prima, e ha rimpolpato le truppe con Jerome Dyson, Curtis Jerrells, guidate oltretutto da Simone Pianigiani. Oltre a giocare, STAT inizia anche a pensare alla vita fuori dal campo.

STAT insieme a Metta World Peace

Mentre continua a scavare nelle proprie origini, inizia a farsi un nome come collezionista d’arte. Già proprietario di quadri di Basquiat o Warhol, apre un canale per i giovani artisti, che pubblicizza tramite il suo feed di Instagram e mostre tenute tra Miami e l’Israele. Gabrielle Union, Chandler Parsons e Udonis Haslem diventano tutti suoi accoliti, e spesso e volentieri gli chiedono consigli su cosa e come comprare. Entra addirittura nella lista dei collezionisti da tenere d’occhio nel 2016. Una nuova vita.

Trophies

Oltre a ottenere conquiste fuori dal campo, finalmente Amar’e assapora la vittoria sul campo. La squadra di Pianigiani è costruita per vincere, o quantomeno per fare un’ottima stagione.

L’anno inizia bene. STAT vince subito la Coppa di Israele, ai danni del favorito Maccabi Tel Aviv. Seguono poi successi sul campo, sia dentro che fuori casa. Grazie al minutaggio ridotto, gli infortuni non lo affliggono e nonostante gli acciacchi del tempo riesce ad essere decisivo. In Eurocup, la seconda competizione per importanza in Europa, viaggia a 12.8 punti e 6.6 rimbalzi, guadagnandosi il secondo quintetto All-Eurocup.

La gloria, quella vera, arriva però a fine stagione. I playoff, in Israele, solitamente fanno pensare ad un unico, possibile vincitore: i maccabei giallo-blu. La loro stagione però non è stata un successo, e hanno faticato abbastanza. A conferma di questo escono in semifinale dei playoff, contro il Maccabi Haifa. Anche Gerusalemme però rischia. Il suo avversario, il Maccabi Rishon, è più ostico del previsto. STAT e soci si ritrovano subito sotto 2 a 0 nella serie. Fortuna vuole che riescano a risalire la china. Grazie ad uno scatenato Kinsey, ribaltano il risultato e approdano in finale.

In Israele, la formula per decretare il vincitore dei playoff non vede una serie a sette incontri. Partita secca. Il 15 giugno si gioca la finalissima. Gerusalemme subisce nel primo quarto un arrembante Maccabi Haifa, che con la propria fisicità si porta i vantaggio nel primo quarto. L’Hapoel rimette comunque le cose a posto prima dell’intervallo. Poi, nel secondo periodo, l’idra formata da Kinsey, Jerrells e Dyson si scatena. Il primo ne fa 19, il secondo 21 e Jerome ne aggiunge 30. Gerusalemme è di nuovo campione

The end (?)

A fine partita, Amar’e è felice. Felice come non si vedeva da tempo. Felice perché finalmente è riuscito a strappare un maledetto trofeo, in una carriera fatta di premi personali, ma senza mai toccare l’argenteria, quella vera. Nell’intervista post-partita, STAT non sembra certo della sua permanenza l’anno successivo. Il suo corpo ha subito tanti infortuni quanti non ce ne stanno in due vite, e non ha più niente da chiedere (o quasi), dopo aver vinto ben due trofei dopo una vita di vacche magre. Quello che è certo, però, è che questo è un nuovo Amar’e. Più vincitore, più conscio delle proprie origini, ma soprattutto, felice.

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