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Distopie

Mentre guardo i playoff, la mia mente viaggia. Io mi dichiaro personalmente un “convertito”. La mia prima passione sportiva è sempre stata il calcio, nonostante non lo abbia mai praticato. La conoscenza del basket poi mi ha aperto un mondo vasto, troppo vasto e radicalmente diverso da ciò che conoscevo prima. In quel momento ho capito che il basket era lo sport adatto a me.

Questa sua enormità l’ho sempre associata ad un’altra caratteristica: la velocità. Le partite durano meno rispetto ad altri sport, e il gesto atletico non può essere diluito. Ciò che è memorabile dura al massimo pochi secondi. Questa velocità, oltre che al gioco, si associa anche alle dinamiche di contorno. Il mercato Nba si muove, almeno teoricamente, come i treni-proiettile della Shinkansen giapponese. Ed è proprio questa velocità che io ho sempre adorato nel basket. Perché permette di immaginare futuri assurdi, distopici, in cui tutto è il contrario di tutto e l’eroe di oggi diventa il reietto di domani. Queste sono le mie follie pensate durante una noiosa giornata di pioggia.

Boston’s Waffle&Wings

La prima distopia che immagino si avvicina più ad una utopia per molti (ma non personalmente), e realizza il desiderio di molti cultori della pallacanestro italiana. Finita la stagione, Boston si butta a capofitto sul mercato. Ainge però continua sulla falsariga degli anni passati: tante pick e pochi scambi. E’ convinto, dopo aver visto Fultz stoppare decine di bambini, che la guardia da Washington sia un giocatore generazionale. Lo drafta. A Boston si crea così una trinità di giocatori dallo stato di Washington formata da Fultz, Bradley e Thomas. Affamati e pronti a conquistare il mondo. Ainge però, ancora una volta, non ha portato una superstar a casa. Magari una futura stella, ma certamente non nel presente. Decide così di metterci una toppa, firmando Danilo Gallinari.

Il Gallo a Boston si trova benissimo, si integra alla grande negli schemi di Stevens che crea una coppia di lunghi insieme ad Horford troppo difficile da decifrare per le difese avversarie. Boston bissa il primo posto in regular season. Arrivano i playoff… e poi si ferma di fronte ai Cavs. Perché finchè LeBron non muore o i Monstars gli rubano il talento, l’Est se lo possono dimenticare.

Oro di Denver

Dopo aver accarezzato l’idea di battere il #1 seed partendo come underdog, Jimmy Butler si ritrova di nuovo con le chiappe a terra. Chicago è una città fredda. Wade lo tratta come un bambino. Rondo è semplicemente stronzo. Paxson non ha ancora capito cosa bisogna fare per costruire una squadra decente. E allora meglio cambiare aria, andare ad Ovest, magari in un posto dove l’aria è buona e non c’è uno dei più alti tassi di omicidio in America. Jimmy Buckets forza una trade per andare a Denver. Con l’addio di Gallinari, Malone trova il perfetto partner-in-crime per Nikola Jokic. Dopo un iniziale momento di stallo, i Nuggets infilano una vittoria dietro l’altra. A fine stagione, Malone raggiunge i suoi primi playoff da capo-allenatore, con Jimmy stella assoluta insieme a Jokic, e un Barton 6th Man Of the Year.

“Non sai quanta erba ti aspetta in Colorado, Jimmy.” – cit.

Back from Hell

Questa distopia che ho immaginato è la peggiore di tutte. Ma forse è anche la più divertente, oltre che la meno realizzabile. Brooklyn è una squadra disperata. Nonostante Sean Marks sia riuscito a tirare fuori dal cappello due scelte al primo giro, l’aria non cambia mica troppo intorno al Barcklays Center. I rumori del cantiere sono più forti che mai. In una mossa disperata, e nel tentativo di dare lustro ad una pessima campagna acquisti, Mark firma il giocatore più nocivo dell’intero West (e pure della metà nella quale sorge il sole): Rudy Gay.

Il nero sta bene su tutto, Rudy

Marks però non è stupido. Gay è appena tornato da un infortunio grave come la rottura del tendine d’Achille. Gli offre un triennale da 70 milioni, con opzione per il terzo anno. Ma perché questa follia? Semplice, nessuno vuole Brook Lopez. I centri statici e incapaci di difendere non piacciono a nessuno. Nemmeno se tirano da 3 col il 34%. Quindi coach Atkinson dovrà fare di necessità virtù. E dopo essersi svenati per firmare giocatori come Shabbaz Muhammad, CJ Miles e Patrick Patterson nel tentativo di “cambiare la cultura”, inizia un’altra maledetta stagione. Le cose però non vanno come ci si aspettava. Una stagione intera di Jeremy Lin, un Brook Lopez in stato di grazia e un Rudy Gay meno antiassociativo del solito, fanno andare le cose per il verso giusto. E mentre squadre come Philadelphia, New York e Orlando non sono ancora pronte ai PO, unito all’ennesimo crollo di Charlotte, Indiana e Detroit, si apre un minuscolo spiraglio. E in una leggendaria partita durata 3 overtime, con 40 punti punti di Gay e una doppia doppia di Lopez, i Nets agguantano i playoff all’ultima giornata, battendo i San Antonio Spurs.

Le cose qui raccontate ovviamente sono storie irrealizzabili. Follie di un tifoso annoiato e che ha troppo tempo libero tra una partita e l’altra. Se però anche solo una si dovesse realizzare, i GM Nba sanno dove trovarmi. Tanto non ho niente da fare.

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